Mortal Memory (1993)
Traduzione di Mauro Boncompagni
Chi è Steven Farris? Una domanda alla quale è maledettamente difficile rispondere, soprattutto se di nome fai proprio Steven Farris. Perché iniziare un viaggio nel tempo, una lunga esplorazione alla ricerca delle proprie radici, può essere difficile quando sul percorso si trova solo dolore. Si può fare di tutto per diventare insignificanti, ma l’apparenza non può ingannare anche se stessi nel caso in cui nelle pieghe della storia spunti il male assoluto. Non è possibile che essere la propria ombra, quando la tua vita è finita che eri bambino, nel momento in cui tuo padre ha ucciso tua madre, tua sorella, tuo fratello. Da allora hai giocato a nascondino con la vita, ma è un gioco che non potrà durare ancora a lungo: i tuoi fantasmi sono dietro l’angolo, ti aspettano per riportarti nel vortice del dolore assoluto, per ricordarti che la speranza forse è per gli altri. Per te, certamente, no.
Un bel romanzo, questo di Cook. Un po’ tirato sul finale, quando il continuo gioco psicologico nel quale si è infilato il protagonista si trasforma in una trappola noiosa. Anche il presunto colpo di scena non riesce a spezzare la monotonia: resta il dubbio che con cinquanta pagine di meno, se non cento, sarebbe stato un gran libro, così è solo l’opera parzialmente riuscita di un ottimo scrittore.







