
Non è un vero e proprio romanzo poliziesco, questo terzo episodio della saga di Wallander. O, per meglio dire, è un poliziesco che presto sconfina nei territori dell’intrigo internazionale. Parte da un episodio di cronaca, la scomparsa di Louise Åkerblom, che costituisce un autentico mistero per la polizia di Ystad: Louise, felicemente sposata, è un membro attivo della chiesa metodista, ha due bambine, è benvoluta da tutti ed è soddisfatta del suo lavoro. Quando il pastore della sua chiesa deve indicarne un punto debole, può solo ricordare che una volta, dopo che le era caduto un servizio da te, l’aveva sentita imprecare. Eppure Louise ha avuto la sventura di incontrare il male assoluto. Perché siamo nel 1992 e il grande terremoto politico che ha avuto come epicentro Berlino sta per abbattersi su uno degli ultimi simboli della guerra fredda, il Sudafrica che il boero Frederik Willem de Klerk sta per consegnare nella mani di Nelson Mandela.
Ma ancora una volta, come era accaduto ne I cani di Riga, Mankell fa cozzare la grande storia con la quotidianità della provincia svedese. A Wallander toccherà dipanare una matassa che arriva dall’altra parte del suo mondo, sia in termini figurati che reali: anche se non ha per nulla la stoffa dell’eroe, sembra destino che le contraddizioni e le ferite di un pianeta in veloce cambiamento collassino su questo piccolo uomo del nord. Ma quella che ne viene fuori non è per nulla una storia inverosimile, la penna di Mankell riesce nel miracolo e trasforma una vicenda apparentemente strampalata in un’avvincente avventura. Sviluppando la trama su due livelli paralleli, che solo a tratti riescono ad intersecarsi, sviluppa una storia ad ampio respiro.
La parte ambientata in Sudafrica vede protagonista un cospiratore ambiguo innanzi tutto nei propri confronti, quella che si svolge in Svezia un ex agente del KGB che ha il compito di preparare un assassinio eccellente. Ad accomunare i due, un’overdose di cinismo che li estrania dalla realtà. E poi una serie di personaggi minori ben disegnati che arricchiscono il panorama umano della vicenda, che risulta perfetta nella calibrazione dei tempi e delle situazioni. Un esercizio che a Mankell, che vive fra Svezia e Mozambico, riesce alla perfezione. L’unico a uscirne male sarà il povero Wallander: riuscirà ancora una volta a cavarsela, ma per guadagnarci solo un collasso nervoso dimostrandosi un vero e proprio anti-eroe per il quale è davvero impossibile non provare solidarietà e simpatia.

Ma se il carattere del poliziotto svedese non è dei migliori, altrettanto non si può dire dell’atmosfera che la felice penna di Mankell Henning riesce a costruire: al lettore, infatti, viene presentata una costruzione che ricorda quella delle grandi spy-story. La descrizione dei luoghi, i cupi paesaggi baltici che si incastrano perfettamente con lo stato d’animo di Wallander, è un piccolo capolavoro. La vicenda è appassionante, i toni misurati contribuiscono in maniera determinante a mantenere la giusta atmosfera. Peccato solo per il finale, davvero poco credibile e soprattutto non in linea con il resto del romanzo.