Black Orchids (1942)
Traduzione di Laura Grimaldi
I Classici del Giallo Mondadori 1235
Rex Stout

Over My Dead Body
I Classici del Giallo 1219
Traduzione di Alfredo Pitta
Nero Wolfe e sua figlia è stato pubblicato per la prima volta da Mondadori nel 1941 (I Libri Gialli numero 251), poi nel 1952 (all’interno del volume Le avventure di Nero Wolfe), poi nel 1967 (all’interno del volume L’alta cucina del delitto) e quindi nel 1982 (I Classici del Giallo numero 391). Oggi (e chiedo scusa se mi sono dimenticato di qualche altra edizione) ci viene riproposto ancora una volta: purtroppo, però, nella traduzione, ormai inevitabilmente datata, di Alfredo Pitta. Siamo comunque contenti: vuol dire che i romanzi di Stout hanno ancora tanti ammiratori e probabilmente questa ennesima ristampa contribuirà ad accrescerne ulteriormente il numero. Sarebbe però il caso, vista l’ampia e raffinata platea di coloro che amano le avventure di Wolfe e Goodwin, che si inizi a pensare ad una nuova traduzione filologica dei romanzi di Stout e a pubblicarli finalmente in una veste elegante e curata così come succede per il Maigret di Adelphi. Nel frattempo c’è poco da dire: Nero Wolfe e sua figlia è, inevitabilmente, un capolavoro della letteratura di genere, esattamente come tutti gli altri della serie.
Quasi inutile raccontarne la trama che, al solito, si basa sul confronto fra il giallo deduttivo di tradizione inglese (l’eccentrico Wolfe) e quello d’azione tipico americano (il simpatico Goodwin): poi c’è “anche” un delitto da risolvere, il giusto pretesto per far sì che l’abilità di quell’immenso scrittore che fu Stout ci dimostri ancora una volta che la stessa storia, pur raccontata mille volte, può essere sempre appassionante ed originale. Ma questa non è una novità per nessuno tranne, forse, che per l’ufficio marketing della Mondadori.
Nel 2001 Over My Dead Body è stato portato in TV (la serie era A Nero Wolfe Mistery, quella con Maury Chaykin nei panni di Wolfe e Timothy Hutton in quelli di Goodwin).
Romano De Marco

Il Giallo Mondadori 2974
Una bella sorpresa, questo libro. Perché Romano De Marco, che di mestiere fa il responsabile della sicurezza per un istituto di credito, scrive dannatamente bene. Il romanzo può piacere oppure no: dipende se si è pronti ad entusiasmarsi per un revival del poliziottesco, genere cinematografico che andò per la maggiore nell’Italia degli anni settanta. La storia è imperniata attorno all’improbabile capitano dei carabinieri Rinaldo Ferro e ai componenti della sua squadra speciale. Ferro ha passato i suoi primi venti anni di vita in una specie di scuola di samurai, ha abbandonato il Giappone per evitare di diventare un killer della yakuza, è stato messo in congedo dalla benemerita perché ha il grilletto facile. Ha anche una figlia che, se non fosse per una certa somiglianza con Kato (il maggiordomo dell’Ispettore Closeau), farebbe un sacco di paura.
In più ci sono una ventina circa di morti ammazzati, un pugno di cattivi psicopatici e qualche allusione ai servizi segreti deviati. Insomma, se andate pazzi per Rex Stout e Agatha Christie, questo non è il vostro genere. E nemmeno il mio. Eppure questo libro mi è piaciuto, proprio per la grande abilità che De Marco ha avuto nel confezionare la vicenda. Che sarà pervasa da una violenza tanto esplicita da sfociare nell’autocompiacimento, sarà stretta fra personaggi tanto estremi quanto poco credibili, ma appassiona e diverte.

Jonathan Latimer
Murder in the Madhouse,
traduzione di Francesco Franconeri,
I Classici del Giallo 1212.

Pubblicato da Garzanti nella collana Le tre scimmiette numero 35 nel 1954 nella traduzione di Bruno Tasso e da Mondadori nei Classici del Giallo, numero 674, nel 1992.
Leggendo questo romanzo ho pensato ad Archie Goodwin e Nero Wolfe. La saga creata da Rex Stout nel 1934 ha segnato la storia della letteratura di genere perché ha saputo coniugare il classico giallo deduttivo all’inglese con quello d’azione tipicamente americano. Ebbene, anche questo volume pubblicato da Latimer nel 1935 riesce a conciliare i due generi. La componente hard boiled è costituita dal protagonista che, oltre ad essere munito di un ottimo cervello, si dà un po’ troppo da fare con la bottiglia ed ha sempre la battuta pronta. Ma la vicenda è l’apoteosi del giallo classico: un luogo isolato, una serie di caratteri eccentrici, un raffinato mistero. Addirittura, un paio dei personaggi mi hanno fatto pensare che Latimer abbia voluto rendere omaggio al Poirot e alla Miss Marple di Agatha Christie, ma questa è solo una sensazione. Il romanzo, comunque, è un piccolo capolavoro: tutto nella narrazione fila liscio, senza mai una caduta di tono, riservando al lettore la sorpresa di un finale credibile e ben congegnato. Un autentico classico.
Jonathan Latimer (nato a Chicago nel 1906 e morto a La Jolla nel 1983) ha iniziato la sua carriera come cronista di nera al Chicago Herald-Examiner per passare poi al Chicago Tribune nel periodo in cui Chicago è la città dei gangster. Pubblica il suo primo romanzo nel 1935. Nel 1940 si trasferisce a La Jolla, in California, diventando vicino di casa di Raymond Chandler. Si diede da fare anche come sceneggiatore sia per il cinema che per la televisione lavorando a serie di grande successo come Markham, Checkmate, Perry Mason e Colombo.
Bibliografia italiana
Romanzi con Bill Crane
1935: Headed for a Hearse
Destinazione: sedia elettrica, Garzanti, 1955
1935: Murder in the Madhouse
Delitto in manicomio, Garzanti, 1954; Mondadori, 1992 e 2009
1936: The Lady in the Morgue
La dama della morgue, Longanesi, 1948, 1967, 1976; Mondadori, 1990; Einaudi, 2002
1938 : The Dead Don’t Care
I morti non sanno, Garzanti, 1953
1939: Red Gardenias
Gardenie rosse, Garzanti, 1961
Mondadori, 2008
Altri romanzi
1937: The Search for My Great-Uncle’s Head
Chi ha rubato la testa di zio Tobias?, Mondadori, 1991
1940: Dark Memory
L’avventura nera, Longanesi, 1956
1941: Solomon’s Vineyard
La quinta tomba, Garzanti, 1954; La vigna di Salomone, Interno Giallo, 1991
1955: Sinners and Shrouds
Peccatori e sudari, Garzanti, 1957
1959: Black is the Fashion for Dying
La bara di visone, Garzanti, 1960